Che differenza c’è tra Genere, specie, sottospecie, varietà e cultivar?

La gerarchia di classificazione biologica secondo gli otto principali ranghi tassonomici. Un genere contiene una o più specie. I livelli intermedi di classificazione non sono visualizzati

I termini solitamente utilizzati per una precisa identificazione degli organismi vegetali possono creare non poca confusione: che differenza c’è tra specie e genere? Cultivar e varietà sono la stessa cosa?

Non sempre la nomenclatura scientifica utilizzata per la classificazione botanica è chiara a tutti gli appassionati di piante e giardinaggio.

I dubbi son tanti ed è proprio per questo motivo che è opportuno fare un po’ di chiarezza per comprendere al meglio i criteri di classificazione delle piante e muoversi con sicurezza in questo affascinante mondo.

Perché non utilizzare termini appartenenti ad un linguaggio comune per identificare le piante?

Tutto potrebbe apparire più semplice, ma la confusione generale non farà altro che crescere a dismisura. L’unico modo resta quello di spingere sui termini scientifici, comprendendone il preciso significato, per sfruttare un unico linguaggio in grado di eliminare qualsiasi incomprensione.

Genere, specie, famiglia: facciamo un po’ di chiarezza

È cosa normale imbattersi in nomi di origine latina quando si parla di piante. Alcune volte semplici, altre volte dei veri e propri scioglilingua difficilissimi da ricordare. Difficili, ma indispensabili: non è possibile, o meglio non consigliato utilizzare nomi comuni per il semplice fatto che questi variano da Paese a Paese, creando sempre più incomprensioni e confusione.

Quello con cui oggi abbiamo a che fare è un sistema di nomenclatura moderno applicato dal botanico svedese Linneo (Carl Nilsson Linnaeus, divenuto Carl von Linné in seguito all’acquisizione di un titolo nobiliare) a partire dal XVIII secolo.

Un sistema abbastanza semplice: ad ogni pianta è stato dato un nome generico e un epiteto specifico. In pratica, il primo nome indica il genere di appartenenza della pianta (si scrive con la prima lettera maiuscola), il secondo fa diretto riferimento alla specie (si scrive con la prima lettera minuscola) che rientra proprio nel genere indicato.

E andrebbero scritti in corsivo.

Più specie possono far parte dello stesso genere, così come più generi possono far parte di un raggruppamento più grande, la famiglia.

Ecco, in poche parole siamo riusciti già a capire al meglio quella che può essere definita la prima parte della classificazione delle piante, cioè quella generale.

Prima di passare alla definizione di cultivar, ibrido e sottospecie, qualche altra parola può essere spesa per ognuno dei tre raggruppamenti principali:

  • Famiglia: formata da piante che presentano caratteristiche fondamentali comuni e che possono essere chiaramente raggruppate in gruppi affini (i generi). La famiglia delle Amaryllidaceae, di cui abbiamo ampiamente parlato, è un perfetto esempio per comprendere quanto appena detto.
  • Genere: all’interno della stessa famiglia, tutte le piante che, oltre ad avere fondamentali caratteristiche simili, presentano anche più dettagliate somiglianze reciproche, vengono raggruppate nel genere. Ad esempio, nel genere Sprekelia troviamo diverse piante che, proprio per simili caratteristiche, possono essere raggruppate nel più o meno ampio sottoinsieme del genere, ma le stesse presentano anche caratteristiche comuni con quelle che appartengono al genere Scadoxus che fa sempre parte della famiglia delle Amaryllidaceae.
  • Specie: è questa l’unità che sta alla base della classificazione. Più specie (piante molto simili tra loro) possono essere raggruppate per formare il genere di appartenenza. Il nome scientifico utilizzato per identificare una specie solitamente dà informazioni utili proprio su alcune importanti caratteristiche della pianta o può essere scelto in onore di una persona (colui che l’ha scoperta e classificata per primo). II nome della specie è dato dall’unione di due parole, un epiteto generico e un epiteto specifico.
Classificazione Scadoxus Multiflorus
Un esempio di classificazione di questa meravigliosa pianta: Famiglia Amaryllidaceae; Genere Scadoxus; Specie Scadoxus multiflorus. (Maja Dumat from Deutschland (Germany) [CC BY 2.0], via Wikimedia Commons)

Fin qui tutto molto semplice, ma…

Varietà, sottospecie, cultivar e ibridi: che confusione!

La specie non è una categoria chiusa (concedete questa definizione), ma può essere suddivisa ulteriormente quando le piante presentano delle piccole variazioni.

Ad esempio, il diverso colore delle foglie o dei fiori, il portamento e la forma possono far capire che quella che si ha davanti è una ben precisa varietà di una determinata specie. Attenzione, le variazioni prima citate possono condurre in 3 diverse direzioni:

  • Varietà: (abbreviato in var) si utilizza questo specifico termine quando si verificano delle variazioni spontanee in natura che vanno ad identificare in modo diretto un esemplare all’interno della specie.
    Ad esempio, una pianta può essere identica sotto tutti gli aspetti ad un’altra, ma ha un colore leggermente diverso dei fiori (Geranium pratense var. album è la varietà con bellissimi fiori di colore bianco del Geranio dei prati, specie Geranium pratense, che normalmente ha fiori azzurri).
  • Cultivar: (abbreviato in cv) in questo caso le variazioni si verificano facendo riferimento a piante coltivate (specie che nascono in giardino o in vivaio).
    Spesso si utilizza il termine cultivar come sinonimo di varietà, ma non è del tutto corretto.
    Varietà” fa riferimento ad un particolare tipo genetico che, all’interno della stessa specie, si è propagato spontaneamente, attuando una naturale selezione, andando a costituire una popolazione.
    Cultivar” è il termine giusto da utilizzare quando si parla di domesticazione e selezione non totalmente naturale. Inoltre, per indicare la varietà, così come avviene per la specie, si utilizzano nomi latini, mentre per le cultivar si scelgono nomi moderni racchiusi tra le virgolette.
    Cultivar o cv è contrazione della locuzione inglese cultivated variety  ovvero “varietà coltivata”.
  • Sottospecie: si indica con tale termine la varietà che si sviluppa in una determinata regione geografica o in simili habitat.
    La linea che segna il confine tra varietà e sottospecie è davvero sottile. S
    i capisce che si ha a che fare con una sottospecie quando al nome del genere e dalla specie viene aggiunto un terzo nome latino che individua solitamente il luogo in cui la pianta cresce spontaneamente (l’abbreviazione di sottospecie è subsp.)
Classificazione botanica varietà Myrtus communis compacta
Prendendo come riferimento l’esempio precedente, spingiamoci oltre nella classificazione: Famiglia Myrtaceae; Genere Myrtus; Specie Myrtus Communis var. compacta (ecco che oltre la specie si va ad identificare anche la varietà) (Krzysztof Ziarnek, Kenraiz [CC BY-SA 4.0], via Wikimedia Commons)

Quando si creano molte varianti, molte selezioni ecc, la Nomenclatura binomiale (quella inventata da Linneo) non basta più e viene introdotta la Nomenclatura  trinomiale, in pratica oltre al genere e alla specie, va aggiunta qualche altro termine per identificare quella specifica pianta.
Dal punto di vista scientifico, la gerarchia dei taxa inferiori è la seguente:

  • sottospecie (abbreviato in ssp./subsp.)
  • varietà (abbreviato in var./v.)
  • sottovarietà (abbreviato in subvar.)
  • Forma (abbreviato in forma/f.)
  • Gruppo o serie: quando c’è un insieme di cultivar che hanno caratteristiche comuni
  • cultivar (abbreviato in cv)

Che cos’è l’Ibrido?

Anche in questo caso si può parlare di variazioni, ma è l’uomo ad intervenire direttamente.

Incrocio: è questo il termine migliore che ci permette di comprendere al meglio il concetto di ibrido. Quando due specie, varietà o cultivar diverse, ma compatibili tra loro, vengono incrociati si ottiene un ibrido. Tale processo viene solitamente portato a termine solo tra esemplari che appartengono alla stessa specie, genere o famiglia (appunto, compatibili).

Si utilizza una “x” tra il nome generico della pianta e quello specifico che identifica l’ibrido.

Ci sono diverse categorie di ibridi:

  • ibridi interspecifici ovvero tra specie diverse all’interno dello stesso genere, ad esempio la Surfinia derivante da incroci di Petunia nyctaginiflora e la Petunia violacea;
  • ibridi intraspecifici tra diverse sottospecie all’interno di una stessa specie;
  • ibridi intergenerici tra diversi generi, esempio Heucherella ( o meglio x Heucherella, incrocio tra specie di Heuchera e specie di Tiarella) o Amarine (o meglio x Amarine, incrocio tra Amaryllis belladonna e specie di Nerine)

Per quanto riguarda i nomi botanici, rimando ad un bell’articolo di Silvia Fogliato: https://www.naturalmentescienza.it/sections/?s=641
e a quello di Margherita Lombardi
https://italianbotanicaltrips.com/2021/04/26/sul-nome-corretto-delle-piante-e-altre-considerazioni/
vedi anche la pagina sulla Nomenclatura Trinomiale su wikipedia.

Perché si fanno gli incroci (o ibridi)?

Si utilizzano i processi di ibridazione (o di incrocio) al fine di modificare alcuni caratteri, farne emergere di nuovi, oppure costituire nuove varietà.

Gli ibridi sono comunemente prodotti e selezionati, artificialmente (raramente capita spontaneamente in natura), perché hanno caratteristiche desiderabili e non presenti o limitatamente presenti nei genitori.

Chi decide i nomi botanici?

Il nome botanico è deciso da chi scopre una nuova specie o varietà e deve essere conforme al Codice internazionale per la nomenclatura di alghe, funghi e piante (ICN).
Se la pianta è ottenuta in vivaio, non è quindi selvatica, il nome aggiuntivo della cultivar, del gruppo, della serie o dell’ibrido deve essere conforme al Codice internazionale per la nomenclatura delle piante coltivate (CINPC).

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